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CREDITO REVOLVING (O DA ROTAZIONE INFINITA)

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Sono molto in uso, in questi tempi, le cosiddette carte di “Credito Revolving” o “carte finalizzate all’acquisto rateale”. Cosa sono? A che cosa servono? Quali sono le insidie che nascondono? Quali possibili conseguenze possono generare?

To revolve, nella lingua inglese, ha diversi significati. I più comuni sono: girare, ruotare, tornare periodicamente, ricorrere, girare, frullare, mulinare, far girare, far ruotare, roteare. La carta di credito revolving, quindi, ha la sua derivazione etimologica recente nel significato di qualcosa che ruota, che si fa girare, che si mette in circolo, a cui, perlopiù, si ricorre. Più specificamente, la carta revolving, è un finanziamento. Di questo si tratta. Non lo si è chiamato così, in Italia, altrimenti lo si sarebbe compreso.

Dal momento che è stato intuito che vi è nel nostro paese una propensione all’indebitamento, perché il denaro frutto del proprio lavoro è davvero scarso, insufficiente a muovere il mercato, vuoi per la crisi attuale, vuoi per la pressione fiscale, vuoi perché lo Stato sembra sempre più al servizio del potere economico e finanziario, la carta revolving è un sistema, come un altro, per consentire alle banche di battere moneta. Battere moneta significa creare denaro dal “nulla”.

Immaginate -- ma non troppo, mi raccomando, perché immaginare troppo è sempre una fregatura – immaginate, dicevo, tre contraenti (eh, si, il numero tre ricorre spesso, appunto, nelle costruzioni immaginarie): consumatore, Banca, negozio. La carta revolving rappresenta le “trait-d’-union”, il veicolo, il mezzo, l’oggetto dell’oggetto.

Il consumatore acquista l’oggetto del proprio desiderio e promette di pagarlo, non al negoziante, bensì alla banca, la quale, a sua volta, promette di pagare al negoziante, per lo più tramite un accredito presso un altro Istituto, la somma rappresentante il corrispettivo dovuto per l’acquisto in questione. Ma non era più semplice, direte giustamente voi, prendere il denaro necessario e acquistare l’oggetto? Acquistarlo e sentirselo proprio, sentirne il peso e la misura, il valore ed il prezzo? Il problema è che, senza queste forme forzose d’indebitamento, una percentuale molto alta di acquisti non sarebbero realizzati. Queste tipologie di pagamento incidono e sfalsano sia i dati del P.I.L (Prodotto Interno Lordo), sia i dati del Potere di Acquisto. Il denaro non c’entra, non c’è, non rappresenta più un valore di scambio nell’accezione originaria del termine.

Il denaro non è, ancor più, un prodotto del tempo-lavoro o il frutto di una risorsa naturale, ma è, anche in questo caso, un contratto di debito, una promessa di pagamento, un pagherò, un impulso elettronico, una caratteristica virtuale, un oggetto che sfugge alla presa.

A livello macro-economico, quindi, il circuito della carta revolving crea (stampa) denaro virtuale e quindi rappresenta un altro criterio per gestire la sovranità monetaria che dovrebbe appartenere al popolo.

A livello micro-economico, di contro, su questo niente, la banca chiede e percepisce degl'interessi attivi (passivi per il consumatore). Un altro problema è che questi interessi applicati sono molto elevati, variando, mediamente, intorno al 15-17% su base annua. Ma le matasse ed i suoi nodi non sono ancora terminati. Non è così intuitivo, infatti, risalire al reale costo di queste carte, ovvero a quel T.A.E.G (Tasso Annuo Effettivo Globale) previsto e disciplinato sia dal Testo Unico Bancario, sia dalla nuova normativa antiusura (Legge 108 del 07 Marzo 1996). Le carte revolving sono in realtà dei veri e propri “Pozzi di San Patrizio”, da cui è difficile o impossibile riemergere. Gli interessi ed il capitale si confondono tanto che, al momento dei pagamenti, il consumatore non riesce più a distinguere gli uni dagli altri. Per giungere a ricostruire il rapporto occorrono metodi e conoscenze logico-matematiche di elevato grado.

Possiamo dire di più: perché il sistema funzioni, perché nessuno si accorga a proprie spese che la voragine è aperta, insaziabile come tutte le voragine, occorre alimentarla di continuo, è necessario che la catena non s'inceppi, bisogna continuare a consumare e a consumare ancora. Consumare e consumarsi, aprire il vuoto, riempirlo e svuotarlo di nuovo.

Nel prossimo articolo, partendo da queste riflessioni in atto, tenteremo un approccio di manifestazioni sintomatiche molto comuni nel contemporaneo, quali lo shopping compulsivo e gli accessi (eccessi) bulimici. Non siamo, a mio avviso, molto lontani da quanto affrontato oggi: qui ed ora.

Maurizio Forzoni

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