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<< Una signora, intorno ai trent’anni, madre di due figli, si rivolge all’Associazione che presiedo. Ella ha una domanda, per la verità ne ha più di una, e non solo di analisi.
Arriva a sapere della Nostra Associazione, dice Lei, perché un’amica gliene ha parlato. Alle sue spalle una situazione economica delicata e due Decreti Ingiuntivi da parte di due finanziarie ricevuti per Debiti contratti da Lei e dal marito. Sulle sue spalle pende la possibilità di ricevere altri due Decreti Ingiuntivi da parte di altre finanziarie. I Debiti familiari ammontano ad oltre 80.000,00 euro.
Si sente sola, sopraffatta, affranta e da più di un anno prende psicofarmaci per tamponare gli attacchi di panico che, dice sempre Lei, la colgono all’improvviso, soprattutto quando si trova all’interno di centri commerciali, grandi supermercati o comunque spazi affollati. Certi giorni non riesce a fare nulla ed è sopraffatta da un senso di apatia , “taedium vitae” e accessi melanconici. Avverte spesso un grande senso di vuoto, affaticamento nello svolgere le normali attività quotidiane, un grande peso allo stomaco ed un senso di colpa incombente. Non si sente mai a posto, sembra sempre mancarle qualcosa.
Nel suo passato periodi di spese pazze e di shopping sfrenato, assieme al marito, le hanno fatto contrarre i debiti per cui oggi si trova in difficoltà. “Quando comperavo”, dice, “ero presa come da una frenesia, una sorta di eccitamento nervoso….. solo acquistare quell’oggetto così desiderato, poteva momentaneamente placarmi. Tornata a casa, il più delle volte, riponevo quel capo tanto desiderato nell’armadio e nemmeno lo indossavo. Passata l’euforia, entravo nuovamente in uno stato depressivo e venivo sopraffatta dai sensi di colpa, cercando di nascondere, a tutto il resto della famiglia, il mio acquisto, come si trattasse del corpo di un reato”.
Attualmente ha indossato una maschera, cerca di evitare di parlare del problema con chiunque. Frequenta solo persone che lei definisce alla moda. Si veste e si tra-veste per non dare nell'occhio, per essere accettata, perché sa, dice Lei, che se non si conforma a queste regole sociali, rischierebbe di essere emarginata e lasciata sola. “Ed io temo la solitudine, mi spaventa, non riuscirei a sopportarlo ….. nuovamente.....”. Con-fidate queste parole scoppia a piangere. Non la interrompo.... lascio che le lacrime e le parole fluiscano in un discorso che sta facendosi strada. Forse per la prima volta, riesce a dire qualcosa di sé.>>
“L'abito è come una vernice che dà risalto a tutto”- Honoré de Balzac.
Lo shopping compulsivo è un fenomeno che sta attraversando la nostra contemporaneità e che si sviluppa, mediamente, intorno ai 17,5 anni di età. La presa di coscienza del problema avviene, però, in età molto più avanzata, soprattutto a causa di eventi esterni: debiti contratti ed incapacità di pagare, problematiche legali e, in alcuni casi, criminali. I generi maggiormente comprati sono rappresentati da vestiti, scarpe, gioielli, oggetti per il make-up, articoli per la casa e libri, per le donne; gli uomini acquistano oggetti per la loro auto, telefoni cellulari, computer, attrezzatura sportiva, oggetti che ostentano prestigio e potere.
La seduzione e il narcisismo sembrano essere indotti da modelli imposti da mass media e caratterizzati da ben precisi segni distintivi, come un tipo di acconciatura, un gadget, un accessorio di marca, necessariamente uguali per tutti.
Abbandonate per il momento le statistiche, dal momento che ogni individuo ha la propria storia e non può essere ridotto ad un insieme anonimo di numeri incisi in una matrice, chi soffre di queste problematiche sembra divenire schiavo di una società che impone di “possedere” e “apparire” a tutti i costi. Come dice la giovane donna di prima: senza essere come gli altri, il rischio è di rimanere tagliati fuori.
Ma c'è dell'altro? C'è dell'Altro? A mio parere c'è dell'altro e dell'Altro. La prima difficoltà che possiamo riscontrare è la negazione del problema. E' evidente che sino a che il problema è negato, esso non esiste. Non esiste perché non è preso in carico da nessuno. A voglia che certa branchia della psicoterapia o della psico-farmacia cerchi di definire, in senso generale, una problematica come esistente, laddove essa non è riconosciuta come sofferenza dal soggetto che ne è implicato. Si ritorna a circoscrivere i problemi entro una nuova categoria, una sfera di cristallo-cristallizzata, un alveo-alveare, un muro inaccessibile per sfuggire nuovamente a qualsiasi imputazione e assunzione soggettiva. In fin dei conti si assegna una nuova etichetta a chi se ne nutre. Può divenire anche questo un nuovo modo per essere “alla moda”. La nuova moda dell'etichettatura e della franco-bollatura. Un nuovo padrone s'incarica di mettere allineati le sagome degli individui: oggetti tra gli oggetti. E' sufficiente avere certe caratteristiche per entrare ora tra gli ossessivi, ora tra i compulsivi, ora tra l'una o l'altra categoria. Ben omologati e iscritti in Albi.
Per fortuna, negli spazi lasciati liberi da questi imperativi sociali, SUPER-EGOICI, s'inserisce ancora chi, attraverso la parola, sente che c'è dell'altro e dell'Altro. E comincia a “dire” qualcosa di sé. Di poi, la categoria di appartenenza, inizia a sfumare....................
Maurizio Forzoni
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